Conversazione con Lucilla Morlacchi

di Lucia Tancredi

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno II, Follie, numero 15, anno 2002

Stasera si recita Madame de Sade di Yuko Mishima. Un testo dedicato alla follia dell’amore. Meglio ancora, al delirio amoroso delle donne che vivono nell’attesa dell’amore dell’uomo. Le donne, si sa, raccolgono le lacrime in fiale di cristallo e le fanno diventare elisir; come un ricamo, in solitudine, vanificano tempo ed energie, si indolenziscono le spalle per ricamare una semplice rosa di un piccolo arazzo. “Le mani  e  la pazienza di una donna sanno trasformare in una rosa gli stessi tormenti dell’inferno”- fa dire Mishimaa a Renée, la moglie devota del Marchese. Perché le donne fanno tutto questo?

Lo fanno nell’attesa che gli occhi di lui, dopo un itinerario lunghissimo, possano posarsi su di lei, che le sue labbra sappiano ripescare in fondo dell’anima, come perle, quelle parole capaci di allontanare terrori antichi quanto quelli della nascita, memorie di abbandoni, di eredità e di pegni. Mishima aveva pensato di comporre cinque donne, alla maniera delle preziose settecentesche, dentro lo spazio chiuso, dolciastro ed estenuato di un salottino, di un boudoir. Il regista De Castri, invece, rovescia queste donne, come fiori disfatti di un mazzo, dentro lo spazio illusionistico di un giardino talmente reale da far percepire il velluto dell’erba sotto le grandi gonne, l’odore umido ed amarognolo che esalano certi alberi d’ombra. Sono cinque donne: Renée, che per tredici anni ha continuato a far visita al marito in prigione con cestini di marmellate e buon vino, ha spogliato il castello di La Coste, fino a privarsi della legna d’inverno, ha giustificato il vizio del marito facendo di lui l’erede di quegli antenati che partivano per le Crociate e tornavano lordi di sangue come rubini incastonati: la madre di Renée, la signora di Montreuil, che accusa la figlia di essere una cagna; la sorella di Renée, Anne, che confessa di aver amato suo cognato Alphonse in una Venezia torbida di tramonti e di lordure; e poi due amiche, una viziosa ed una devota.
Tutte e cinque parlano, parlano, celebrano l’assenza del maschio, mentre le stagioni si succedono nel giardino e le parole, che all’inizio sembrano quasi fioretti, diventano coltelli che intagliano nel cuore. Osservo Lucilla Morlacchi che interpreta la signora di Montreuil. Ho un appuntamento con lei per l’indomani. Come tutte le grandi attrici che hanno adattato con pazienza selvaggia ed amorosa disciplina ogni parte del loro corpo, può permettersi di fissare semplicemente nel corruccio della fronte – due rughe più espressive di qualsiasi gesto – tutto il suo sdegno per gli sprechi eccessivi dell’anima.
Ci incontriamo in una mattina d’inverno. Lucilla Morlacchi è tutta sguardo. I cristalli limpidi dei suoi occhi parlano prima delle parole: quanto poco è attrice fuori dal palcoscenico!

La bella fronte è spianata da ogni corruccio. Lucilla Morlacchi è una di quelle donne che si svegliano col buongiorno di pensieri freschi.

Signora Morlacchi, quanta follia c’è in un girotondo  di donne che ruotano attorno ad un uomo?

In Madame de Sade le donne sono serissime. Il percorso che ci ha fatto fare De Castri è diverso da quello di Mishima, un omosessuale che non accetta il suo lato femminile. Egli si è chiesto: come riesce la donna ad amare, odiare, masticare, digerire ed espellere il maschio? È un processo in positivo. Ogni donna riesce a creare un figlio e ad espellerlo. Lo libera e se ne libera. Nella scena ci sono cinque donne in un giardino che parlano, parlano, metabolizzano il maschio. E alla fine se ne liberano, non del maschio, ma dell’ossessione del maschio. Se le donne conoscessero il loro potenziale! Accetto l’ignoranza in una donna, ma non la stupidità. La donna è gigantesca. Un percorso d’amore. Quello che ha inteso farci percorrere Castri: parlando ci straziamo a vicenda. È un atto d’amore e di salute questo cercare nel fondo il nostro io. Non di follia.

Il teatro da sempre è il luogo mitico in cui l’uomo rappresenta l’ombra di sé, il suo furor. Un’impresa difficile ed ingovernabile, da sempre considerata sconveniente, soprattutto per una donna. Come è possibile non smarrire se stessi?

La ricerca dell’uomo attraverso vari personaggi per me è la ricerca della vita. Non è facile spogliarsi della propria identità ed assumerne una altrui. Ma è ricerca della vita, non la vita vera, ma la vita poesia. Io amo le prove, strano per un attore. Amo più la ricerca che la gloria del pubblico; amo la comunicazione con il regista, la mutua corrispondenza con i compagni, il momento in cui tutti si danno, la gestazione di quella creatura che viene da dentro e a cui dobbiamo dare corpo, fosse pure un essere di luce o un mostro rattratto. È toccare il seme dell’anima.

Come mai il teatro rappresenta spesso donne che il delirio amoroso fa uscire di senno? È solo un luogo comune letterario o una peculiarità tutta femminile?

Una volta mia zia venne a vedermi interpretare “Partage du midi” di Claudel. Una storia d’amore infelicissima, in cui una donna si consuma per un uomo terribile nel suo egoismo e nel suo moralismo. Era esterrefatta. Quella che aveva visto recitare non era sua nipote, ma un mostro di nefandezze. Ne “Le Serve” di Genet sono una delle sorelle che vive un’omosessualità malata e sconcia. Quando io dò corpo a questi personaggi, non penso di rappresentare l’amore. Piuttosto l’attaccamento. Ho assistito tanta gente che muore. Tutti sono aggrappati alla propria vita! Il vero delirio amoroso è attaccarsi a qualcosa fino a trasformarlo in ossessione, per le donne spesso è attaccarsi ad un uomo e non domandarsene la ragione, è non accettare di spaccare mai l’equilibrio malato. La salute si intravede quando cominciamo a capire che dentro l’involucro ci siamo noi, c’è la tenera crisalide a cui abbiamo concesso l’occasione della vita, che dobbiamo amare prima e più di ogni altra cosa. Consideriamo il finale dello spettacolo: lo scioglimento, che è una liberazione, è possibile quando l’ossessione con il tempo ha allentato la sua presa e nella trama sottilissima di giorni e di ore Renée e le altre hanno ritrovato un gusto, più tenero e più intimo, alla vita.

Flash-back: la fine dello spettacolo “Madame de Sade” di Mishima, regia di Massimo Castri.
Nel giardino è inverno. Sono passati gli anni e sopra ogni cosa c’è la consolazione della neve, come una coltre. Le donne, in gramaglie, ricamano, sussurrano, ricordano come favole storie di cappa e di spada, uomini licantropi e lunari. Entra la cameriera ed annuncia, dopo tanta attesa, il marchese de Sade – ed aggiunge di non averlo riconosciuto, tanto è divenuto gonfio e incanutito malamente. Renée si alza in piedi e dice di mandarlo via e di comunicargli  che non lo rivedrà mai più.

La donna ha liberato il maschio e si libera dell’ossessione del maschio. C’è un attimo di incredulità. Poi tutte si guardano negli occhi e cominciano a tirarsi palle di neve. Come quando si è bambine: ché la gioia è bere l’aria e arrossare le guance. —