di Lucia Tancredi
intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno II, Infanzie, numero 15, anno 2002
Ho di fronte a me Miriam. Quando Miriam parla, non posso fare a meno di osservarle le mani che lei muove per assecondare le parole con una levità quasi di danza. Le mani di Miriam sembrano fatte per raccogliere fragole o per raccontare le storie nel gioco delle ombre cinesi. E, invece, alle mani di Miriam mi sono aggrappata come fossero maniglie.Le mani di Miriam sono incredibilmente forti. Forti e pazienti, come le corde che lentamente traggono in secco le navi quando il mare mugghia come una bestia tenuta a digiuno.
Era la mattina del 5 giugno. Miriam e Patrizia sono entrate in casa, hanno messo in ordine sul tavolino garze, fasce, lenzuola ripiegate e bianchi me, boccette, come per un rito. Con gesti semplici, ma dettati da un ritmo concluso. Miriam e Patrizia non sono sacerdotesse. Sono ostetriche. Hanno scelto di lavorare part-time per assistere le donne che vogliono partorire in casa, nel proprio letto o accovacciate in un angolo, come farebbe qualsiasi animale gravido che la Natura ha provvisto di sensi miracolosamente esatti. Non è snobismo, né sentimentalismo, Miriam e Patrizia non sono delle incoscienti.Quando ritornano dai loro convegni, in cui incontrano ostetriche olandesi e scandinave, mi indicano i dati secondo i quali i parti in casa sono più sicuri in percentuale di quelli in ospedale dove, per fretta, per incuria, per una cultura irrimediabilmente pratica, la donna finisce quasi sempre per essere sottoposta ad un cesareo. La donna delega ed il medico interviene, corregge, la Natura cova nelle sue viscere furori e depositi mitici e l’istituzione rende tutto pulito, asettico, adeguato. Quando, invece, Miriam parla della vita del bambino che si muove nel ventre di sua madre e riconosce le voci, vede la luce come un pulviscolo dorato e comprende per tempo la strada che deve compiere, allora mi pare di ascoltare un racconto di fate. Ma sto divagando e Miriam è di fronte a me che parla, muovendo le sue belle mani sottili.
Miriam, tu allora ti occupi del “bambino della notte” ?
In un certo senso, sì. Il bambino, appena viene alla luce, è ancora l’Altro, lo Sconosciuto, la creatura che giunge da un regno che sta a mezzo con il mondo degli dei, del caso, dei morti. Spesso capita che la madre abbia paura dell’incontro con questo figlio e abbia difficoltà a toccarlo, perché è viscido, sporco, contratto dal dolore, con addosso ancora il fortore selvatico del sangue. La colpa è anche quella di una cultura inautentica per cui il bambino è sempre il figlio del giorno, bello e pulito. Pare non essere venuto fuori da cosce sudate. Occorre molta premura in questo caso. Di fronte ad una difficoltà emotiva, bisogna rispettare i tempi di ogni donna. Il bambino va asciugato, avvolto in un panno ed accostato alla mamma che ne percepirà il tepore, il battito. Bisogna poi giudare la sua mano e far sì che la donna cominci a massaggiare delicatamente suo figlio. Per lui il tatto è il primo alfabeto che riesce ad intendere.
Il tatto, allora diventa un senso essenziale. Quasi miracoloso. Perché noi non possediamo una preparazione ed una sensibilizzazione al tatto ed al contatto, come avviene, ad esempio, nelle culture orientali?
Il contatto ed il massaggio sono un’arte semplice e per questo trascurata. Allora diventa un’arte difficile proprio perché semplice. Il bambino quando nasce vive un momento di grande dolore. Il momento del travaglio è il momento della separazione, è la perdita del paradiso, di una simbiosi perfetta ed amorevolissima. L’abbraccio della mamma, allora, il contatto con le sue mani che lo accarezzano e lo contengono significano per lui essere accettato, amato, allontanato da quella paura terribile che è all’inizio e che lo accompagnerà sempre. La pelle è la metafora della nostra anima. Noi adulti ci tocchiamo in alcuni momenti del piacere fisico, poi non ci preoccupiamo di sapere se la pelle delle persone che amiamo è stata nutrita. Il bambino che conosce questo tocco “buono” sarà, poi, più pronto a riconoscere il tocco cattivo di chi vuol fargli del male.
Per un momento penso alla sera di quel 5 giugno quando, come una bestia a digiuno, il dolore cominciava a risucchiarmi in un mare in tempesta verso una terra di nessuno dove mi pareva che, attraverso un buco dell’intelligenza, sarebbe entrato tutto il freddo e la follia del mondo. E Miriam, senza parlare, mi massaggiava e la pressione calda e sapiente di quelle mani erano la corda a cui mi aggrappavo.
Perché, invece, il pregiudizio è quello di non toccare troppo i bambini, quasi per non sfigurarli e di non tenerli in braccio per viziarli?
È un pregiudizio nato dalla presunzione che sia l’adulto a dettare i tempi al bambino. In realtà, l’adulto non accetta spesso il cambiamento irreversibile che un piccolo impone alla sua vita. Allora prepara per lui la culletta come un confetto nella stanza pastello, con gli orsetti che devono tenergli compagnia. E lì il bambino deve subito imparare a fare l’ometto, autosufficiente e ragionevole. Provate ad immaginare il bambino, contenuto in un utero caldo, massaggiato continuamente dalle pareti morbide della sua mamma, cullato dal suo battito e poi gettatelo in una stanzetta che non si culla, terribilmente silenziosa, senza argini caldi intorno, in compagnia di orsetti muti e un po’ beoti.La mia gatta che ha da poco partorito, per passare da una stanza all’altra, si trascina il suo micetto con la bocca e non lo abbandona mai. Ogni mamma dovrebbe tenersi stretto suo figlio come una femmina animale, per almeno nove mesi, quegli stessi che il bambino ha trascorso dentro di lei.
Perché si commette tanta superficialità?
Perché, per rispettare l’essere-bambino del bambino, l’adulto deve essere consapevole del suo essere-adulto. Crescere e decidere di avere un figlio, soprattutto per una donna, significa abbandonare quell’egoismo, quella durezza “virginale”, così da aprirsi completamente ed affidarsi alla Natura, alla sua casualità, alla sua meraviglia con grazia e con amore. Con mani aperte e calde che sanno dire: io sono qui, bambino mio.
C’è stato un momento, verso l’alba, in cui ho guardato Miriam ed ho detto “Muoio”. E lei ha risposto “È giusto”. Proprio allora è nato mio figlio, quando pensavo che il cuore si spezzasse. E il cuore, per sua virtù d’elastico, è stato capace di contenere tanta gioia. Tanta pienezza. —