di Lucia Tancredi
intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Case, numero 4, giugno 2000
Licia Maglietta ha la febbre. Ci racconta che ha dovuto girare la notte scorsa in queste condizioni una scena del film in cui qualcuno tendeva agguati e la inseguiva con la pistola. Però aggiunge che non le pesa incontrarci, perché è a casa. La casa, in realtà, è un residence romano, un luogo di transito come tanti nella sua vita. Ma Licia Maglietta è una donna che sa subito addomesticare gli spazi estranei. Si porta appresso non so quale atavismo, una memoria di bivacchi, di tende subito sciolte, di sonagliere randagie. Lo si percepisce quando si muove, con i gesti elastici e morbidi tipici dei nomadi o degli animali, che sono abituati ad affidare la vita alla pace dell’aria. La sentiamo che acciottola dalla cucina, mentre ci prepara un tè verde. Ritorna, si siede, e lo spazio attorno a lei è la casa. È ancora più bella dal vivo, Licia Maglietta; ha quella bellezza dei fiori, di certe farfalle dalle livree iridescenti, che non sembrano fatte per piacere, ma per onorare le stagioni chiare. Le rivolgiamo la prima domanda, e lei resta a lungo in silenzio. Poi parla, con la sua voce che pare non debba mai scheggiarsi.
– Due personaggi dei suoi film – Rosalba di “Pane e tulipani” ed Elena de “Le acrobate” – ad un certo punto si allontanano dalla casa, prima di essere murate. O constatano che il vaso è colmo: non a caso Elena ha sempre lacrime in pelle che scendono giù senza essere chiamate. Quando una persona sente che quella casa non è più abitabile?
– La casa non è più abitabile quando non sa raccontarti più niente. Ma penso che qualsiasi casa si può rinnovare, il problema nasce sempre attorno alla persona che vive la casa. Di Rosalba, per esempio, hanno detto tanto ed è diventata il tipo della donna che fugge da casa. Una mi ha detto che anche lei, come Rosalba, vorrebbe essere abbandonata in un autogrill e non fare più ritorno. Eppure lei non fugge perché è insoddisfatta. Lei sta bene nel mondo in cui vive e che conosce; un incidente le consente di fare un piccolo passo e allora scopre cose che non aveva mai visto. Rosalba è vicina alla natura delle cose, non a caso finisce a lavorare tra i fiori, è una presenza nelle cose, che scopre per slittamenti successivi, non per progressi di coscienza. Il personaggio di Elena è più complesso: è una donna che ha cominciato un lavoro su se stessa e si confronta sempre con la sua coscienza.Nella scena in cui abbandona la sua riunione di lavoro per aiutare Anita a seppellire il gatto, lei scava la terra con un cucchiaio. La donna anziana le è accanto, quasi ad officiare un rito, una liturgia che la riporta ad un mondo di leggi antiche che un tempo legavano le donne alla terra. Rosalba non ha bisogno di un rito per prendere contatto con la terra. Quando in “Pane e tulipani” le dicono che non c’è niente di caldo da mangiare, perché la cuoca si è operata di appendicite, lei con naturalezza chiede: quando? E così, per slittamenti progressivi e insolite adiacenze, va a Venezia, si trova un lavoro, incontra Fernando, ma senza dover tagliare con il passato e soprattutto senza sentirsi mai in colpa.
– Nel film “Le acrobate”, Anita ad un certo punto dice ad Elena che bisogna trovare un posto “lontano dalle case”. Dove si trova questo posto?
– Mio padre ha deciso di ritornare a vivere nella sua terra: la Basilicata. Ecco, la Basilicata è un posto lontano dalle case, ma anche certi luoghi di Napoli in cui non si percepisce più il tempo e non ci sono campanelli che ci ricordano quello che dobbiamo fare. Lo spaesamento è una sensazione che ci porta lontano dalle case; qualche volta ne abbiamo bisogno, perché, paradossalmente, proprio dove ci sentiamo più lontano percepiamo che quel tempo è nostro.
– Il personaggio di Rosalba lascia la bella casa di Pescara e alla fine va a vivere in una casa senza mobili e tappezzerie, vuota, in attesa di essere abitata. In una casa vuota Licia Maglietta cosa metterebbe?
– Sicuramente alcune cose fondamentali, come gli strumenti musicali: il pianoforte, fisarmonica, la chitarra. Non saprei vivere senza la musica in casa. È una tradizione familiare, i miei genitori erano musicisti. Poi porterei i colori; dipingerei le pareti assieme alle mie figlie. Un tempo amavo i colori puri. C’è stata la fase del rosso, ad esempio, ma in un periodo difficile non ho più avuto la forza di sostenerlo. Ora mi interessano i rapporti tra i colori. Nel mio nuovo lavoro teatrale, “L’uomo atlantico”, tratto dall’opera di Marguerite Duras, ho occupato la scena solo con due colori: blu cobalto e verde. Ho faticato a lungo prima di trovare quel punto di verde. I colori sono delle presenze, abitano gli spazi e ce li rendono abitabili. Ho avuto una casa ed è stata quella della mia famiglia. Ora vivo sei mesi a Roma, due mesi in una casa, poi in un’altra e non sono quasi mai case che scelgo. Non so se sono pronta a fermarmi in una casa mia, mi piace l’idea di abitare nel mondo, di portarmi appresso un letto da srotolare come un tappeto e pochi oggetti. Dopo “Pane e tulipani”, però, dovunque vado compro dei fiori.
– Tutti i tuoi personaggi alla fine trovano delle case che non nascondono, non offrono un rifugio isolato, ma aprono le loro pareti al mondo e allora si trova il posto per le famiglie allargate, per i bambini, gli amici, gli animali, i fiori, la musica, gli imprevisti. Come liberarsi dalla paura di aprire generosamente la propria casa?
– Mi sono laureata in architettura, ma istintivamente non penso mai ad una casa con delle pareti solide. Mi viene da pensare alle case giapponesi con le pareti di carta di riso che si aprono e lasciano lo spazio vuoto, al centro solo il tavolino per il rito, per il tè. Oppure si chiudono e ti danno la sensazione di una stanza, se ne senti il bisogno. Però, per essere generosi con la casa, qualcosa si deve aprire dentro di noi. Forse il segreto è proprio nel modo in cui Rosalba affronta le cose, che è quasi orientale: accettare e lasciar convivere ogni aspetto della nostra vita, perché nel momento in cui noi siamo nelle cose, c’è posto per tutto.
Dopo aver salutato Licia Maglietta, istintivamente mi prende una grande riconoscenza. Non solo per la sua ospitalità, ma per quanto in lei c’è di Sud del mondo. Io penso che in ognuno di noi c’è un desiderio per l’assalto meridione, per una casa che abbiamo abitato o che abiteremo saporita di sale, di calce fresca, di agrumi, di odori forti di monti. Ma se dicessi queste cose a Licia si schernirebbe, perché è priva della vaghezza di chi vuole piacere. Lei è come uno dei fiori di Rosalba, che dentro una casa commuovono l’aria. –