Incontro con Judith Rotemdi

di Stefania Monteverde

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno II, Ginecei, numero 1, anno 2001

Certe volte meglio sarebbe non nascere donne. Ogni volta che senti “ali e zampe” legate perché sei troppo brava e intelligente, ogni volta che leggi e scrivi così bene che “peccato che non sei maschio, saresti potuta essere un vero dotto”. Ogni volta che sanguini di sotto e sai che sei impura e gli uomini non ti possono avvicinare, e che “Dio ne guardi, non lo venga a sapere tuo padre, perché sapeva che qualcosa di terribile e minaccioso sarebbe accaduto se suo padre avesse scoperto le cose spaventose che avvenivano dentro il suo corpo”, e anche tuo marito ti eviterà e ti chiederà abluzioni purificanti per poter adempiere al sacro rituale dell’unione procreativa.

“… ora lui non mi sfiorerà mai più e io non lo sfiorerò mai più, che qualcuno per favore mi tocchi altrimenti urlo come nessuna donna ha mai urlato, è una casa di morte questa, e questo urlo sfonderà tutte le porte e i firmamenti del cielo”.

Quest’urlo una buona volta deve essere arrivato fino a Dio se Judith Rotem, scrittrice israeliana, autrice de Lo strappo, edito da Feltrinelli, ha avuto il privilegio di due vite, come lei stessa dice. Nata a Budapest poco prima della fine della guerra, passata attraverso il lager di Bergen Belsen, a otto anni è in Israele in una cittadina di haredim, i più intrasigenti ultrortodossi, un mondo a parte segnato da costanti “Dio non voglia” e “benedetto il suo nome”, da regole e tabù, da ginecei per donne segnati da calze lunghe e marroni, dall’obbligo delle gonne sotto il ginocchio e da maniche fino ai polsi, dal richiamo continuo alla modestia nella voce e nei colori, dalla proibizione di letture che possano distogliere dall’unico scopo nella vita che è fare figli ed essere d’aiuto al marito, perché “Dio lo vuole e brucino le parole della Torah pur di non darle alle donne”, come vuole il rabbino. Dopo venti anni di matrimonio e nove bambini, di cui due morti da piccoli, a 37 anni Judith Rotem ha lasciato suo marito e ha iniziato la sua seconda vita. 

“Il punto di svolta fu quando ho chiesto a mio marito che volevo studiare all’Università. Mi rispose: come puoi paragonare il tuo bisogno di studiare al mio? Dopo due anni, chiesi il divorzio”.
Abbiamo incontrato Judith Rotem a Roma. È una donna dolce e ferma, le parole le escono con l’urgenza di chi sente il vaso colmo. La sua storia è la storia di tutte le donne che sono soffocate dentro ambienti strozzati. 

Nel suo libro sente come uno stupro le regole sull’impurità delle donne, l’intromissione sui giorni del ciclo, il controllo sociale con il bagno rituale, il miqveh. Perché gli uomini nella storia tante volte hanno dovuto costruire in nome di Dio ginecei così rigidi, luoghi proibiti dove recintare il corpo delle donne e la loro femminilità con la severa morale dei precetti e dei divieti?

Per paura. Per la necessità di sentirsi forti. Il controllo del sapere, della cultura, della conoscenza è il loro potere. Nelle società religiose ultraortodosse le donne non hanno accesso alla cultura e ai libri, perché insegnare qualcosa alle donne può causare situazioni pericolose. È immorale. Per questo gli uomini costruiscono la religione come un’istituzione dentro ferree regole, principi e minuziose disposizioni. Come scrivo nel mio libro, la religione diventa una grande casa senza porte e finestre aperte. Dei molti volti di Dio, si finisce per presentare solo il volto vendicativo, quello del Dio che giudica. È la logica della paura, non la logica della libertà. E tutto questo favorisce il controllo.

Perché le donne si fanno rinchiudere nel sacro recinto dei ginecei? Nel suo libro le donne, la madre della protagonista, Fifi, la suocera, le amiche, tutte riproducono il gineceo. Nessuna sembra mettere in discussione la certezza che dio è dalla parte degli uomini, anche se tirano un sospiro di sollievo quando il marito è fuori casa e invitano la sarta e ridono e tagliano tessuti, confezionano abiti che certamente saranno sviliti dalla disapprovazione del marito.

La donna tende a rinforzare la demagogia maschile. Sia gli uomini che le donne vogliono comunque stare al sicuro e questo significa non rompere la sicurezza, non mettere in discussione i ruoli. La domanda su di sé mette in crisi. Uscire da un sistema articolato significa esporsi ad un’insicurezza esistenziale, mettersi nella condizione di trovare lavoro, cercare casa, giustificarsi agli occhi di tutti, esporsi al giudizio di condanna. Fifi, la protagonista del libro, che del resto sono io, all’inizio si trova nella condizione di tutte le donne: le viene proibito di leggere i libri, di frequentare la biblioteca, viene continuamente rimproverata per come è vestita, perché le calze sono scese, le maniche non sufficientemente lunghe. Ma l’incontro con i libri, Austen, Dickens, Tolstoj, le fanno scoprire ciò che ama veramente: essere se stessa, essere libera, lavorare, amare ed essere amata. I libri sono la sua consapevolezza. Ma la società non le impedisce di mettere in discussione le regole. Non riesce ad essere autonoma, sposerà un haredim che si fa mantenere da lei per poter dedicare tutta la vita allo studio dei testi sacri, e la umilierà continuamente con le sue domande sui periodi di impurità (C’è sangue?). Questa è la mia storia, anche se ho rielaborato nella letteratura e nell’immaginazione alcuni fatti e alcuni personaggi. Ma la storia della bambina è vera.

Nel libro Fifi chiede alla madre se era felice a Budapest. E la madre risponde: “Dio ci protegga! Quelle cose sono per gli uomini, Fifi. Sono loro che se la godono. Le donne, sappilo, non ne hanno bisogno”, Perché?

Le donne molto religiose, forti dell’aver accettato il loro ruolo di utensili per il marito e i figli, non possono farsi domande sulla felicità. La affermano continuamente: dichiarano di essere felici e realizzate. Ma io nei loro occhi non colgo la soddisfazione. Non capisco come il doversi sentire impure non le offenda. In realtà le donne religiose spesso sono più integraliste degli uomini. Mia nonna controlla i centimetri di pelle del ginocchio che rischiano di intravedersi sotto la gonna di mia figlia. La domanda sulla felicità è inquietante. Io me la sono posta. Per questo le donne hanno paura di me e di questo libro. Perché io pongo una domanda sulla loro esistenza. Non possono eluderla. Devono dare una risposta al bisogno di felicità che è nascosto in ciascuno di noi. Ma per gli uomini non sono pericolosa: anzi leggono i miei libri incuriositi, quasi con l’interesse scientifico di chi può meglio capire la psicologia femminile. Forse per sintonizzare meglio il controllo.

Come si possono rompere le catene di un gineceo?

Per me la via d’uscita sono stati i libri e l’incontro con scrittrici come Simone De Beauvoir. Ma nessuna uscita è indolore. È uno strappo. La parola strappo in ebraico significa tante cose, ed è densa di sofferenza. Nel lutto è il rito del lacerare l’abito per il dolore della perdita. È la perdita della verginità la prima notte di nozze. Ed è la perdita dell’infanzia con le prime mestruazioni. È la perdita delle radici, come i miei genitori quando dopo la Shoa sono emigrati in Israele.

Nell’abbraccio caldo con cui ci salutiamo sento di abbracciare insieme a Judith tutte le donne della storia che hanno vissuto e vivono strozzate e violentate dentro ginecei imposti. La storia di Judith non è unica: è drammaticamente già sentita. Mi vengono in mente gli uomini del libro: non guardano mai le donne, il loro sguardo le sfugge per evitare di contaminarsi. Guardo gli occhi di Judith e sento crescere l’urgenza di ricominciare a guardare le donne dietro le grate di tutti gli invisibili ginecei che le condanna alla separatezza di una sofferenza antica. —