di Lucia Tancredi
intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno II, Nomadi, numero 2, anno 2001
Ho appuntamento con Geminello Alvi davanti al Tribunale di Ancona.La vita inevitabilmente è fatta per sorprenderci. Avevo immaginato, un giorno, di incontrare l’autore di “Uomini del Novecento” in qualche terra remota e feroce – la Circassia, la Caldea – intento ad una vita fatta di commerci meravigliosi ed inqualificabili o tirato a secco, in una città grande e anonima, dopo anni di pericolosa allegria, non opportunamente regolata. Oppure divenuto saggio, raccolto e vecchio. Io gli avrei mostrato il suo libro – liso e levigato, come uno di quei viatici che troppo tempo ci hanno accompagnato nelle tasche dei cappotti, stivati dentro le valigie. Tramite il suo editore – Adelphi – abbiamo cercato a lungo il modo per poterci mettere in contatto con lui. Poi, per una fortunosa congiura del caso, veniamo a sapere che uno dei recapiti di Geminello Alvi è quello della sua città: Ancona. Così mi ritrovo davanti al Tribunale, pensando che in qualche modo dovrò scontare la curiosità importuna di voler avvicinare l’autore di un libro che abbiamo molto amato. Geminello Alvi è puntualissimo, tiene al guinzaglio un cucciolo di cane, che tiene a dire bellissimo. Nel salotto della casa di sua madre ci prepariamo per l’intervista – io ho solamente un quaderno e la penna. Mi dice subito che desidera che le sue parole siano riportate fedelmente. Ci tiene alle parole. C’è qualcosa di asciutto e di serio quando dice queste cose, poi, però, quando parla, la voce diventa morbida e piena di schiarite, come di chi è abituato a raccontare e a ricevere.
La mia non è la domanda che avevo preparato, piuttosto un’esclamazione:Da dove nascono le“quarantadue esistenze” narrate in “Uomini del Novecento”?
Insegnavo economia a Macerata nel periodo di Tangentopoli. Sentivo il disagio di essere adulto, per il modo in cui altri adulti si erano comportati. Tenni una volta una lunga orazione sull’Italia, e gli spiriti dell’aria. Gli studenti mi volevano bene, e io a loro. E c’era poi il fatto che allora scrivevo per mantenermi, anche articoli alimentari per i giornali. Pensai che si potevano riunire, che avevano eleganza letteraria. E si componevano naturalmente in un libro di morale. E c’era un vantaggio indubbio per un libro di morale. Erano tutte vite da me scelte proprio perché poco conosciute. Cosicché si dava al lettore la possibilità di non giudicare, secondo le ideologie o le convenzioni, ma di sperimentare, di staccarsi… la condizione ideale per una onesta fantasia morale.
Una caratteristica delle esistenze dei suoi personaggi – artisti, filosofi, geografi, ribaldi – è quella del viaggio, la capacità di annullare le distanze fisiche e di muoversi nella vita come se la materia per loro fosse costituita di una sostanza meno densa, ai limiti con il sogno.
Non abbiamo altro che apparenze, chi vuole vivere deve riconoscerle e amarle, abituandosi a vederle mutare. La vita se ben vissuta, costringe ad un sogno desto. È un viaggio inatteso nelle apparenze. Perciò ogni libro edificante deve dare la sorpresa di un viaggio che si fa, stando immobili a guardare le cose, e vedere che, mentre si legge, stanno divenendo diverse. Questo è il vero viaggio. I turismi sono viaggi meschini, desideri di appagamento senza vera sorpresa. Cose buone a comprarsi, conferme di quanto desideravamo, già pensate, luoghi comuni. Vede io ho lavorato all’estero anche per anni, a Mosca, San Pietroburgo, Basilea, ma ne conosco bene solo poche strade, quelle che facevo tutti i giorni.
Una delle sue biografie è dedicata al maceratese Giuseppe Tucci. Lei esordisce in questo modo: “Marche è il nome della regione d’Italia più noiosa, quietamente occupata solo a bastarsi con prudenza. Tra le morbide colline giallastre lontana dal mare, percorsa da un’ironia sempre terragna, pignola, Macerata è di tutte le Marche la città più abitudinaria”. Come ha potuto nascere proprio a Macerata il grande studioso della cultura tibetana, l’autore di uno dei viaggi più temerari mai compiuti? Come mai Geminello Alvi continua a risiedere ad Ancona?
Ancona è una periferia balcanica, greve. Per me una terra d’esilio, anche perché i miei venivano da altri luoghi più ameni. Eppure, mi ci ero affezionato proprio per questo. Le Marche sono una regione più dolce, con le sue delicatezze. Ancona è ruvida. Sai che devi andartene. È un esilio a tempo. Macerata è diversa, si preserva e si vuole bene. Perché Tucci a Macerata? I marchigiani sono gente discreta e mite. E talora vi nasce qualcuno discreto nella stravaganza. C’è molta follia svizzera nella furia del dettaglio, nella minuzia delle Marche. Circa Tucci, il mio pezzo si apre con un equivoco. Eppure, la confusione, anche se non voluta, è servita. Vede, alla fine esiste, come diceva Goethe, una fantasia esatta. La realtà non esiste. La realtà, quella vera, l’apparenza supera sempre l’immaginazione. Il dramma del materialismo è che è poco adatto all’irrealtà della vita. Il materialismo è un male dell’anima.
Nel suo libro lei spesso condanna il Novecento come un secolo “ostile e certamente realista”, il “secolo di Mefistofele che tutto densifica, materializza”. I suoi personaggi, infatti, si disfano di fortune, eredità, blasoni, “sfogliano gli atlanti, vagano nelle più desuete carte, ricercando la Circassia o gli “Avari”. Insomma, s’ingegnano a superare la realtà.
Ma è la vita che non appartiene al genere realistico. La condizione moderna è atrofizzata da un modo di fare cerebrale, cartaceo. Questo vale anche per i letterati come per gli speculatori che trattano in fondo sempre carta. I talenti vanno dissipati, altrimenti ci fanno ammalare. La ricchezza più grande è sentirsi grati perché tutti sono buoni o lo sarebbero. Tutto il resto è l’esorcismo della paura che non serve a niente, modesto esercizio di destrezze, letterarie od economiche. Il capitalismo capitalizza il meccanismo della paura, così come il marxismo capitalizza l’invidia…
Come è possibile trasformare paura e invidia e sentirci in diritto di vivere la vita superando i nostri limiti antichi – l’ibris, gli dei, le colpe dei padri, il disamore?
L’invidia è inevitabile in un mondo in cui tutti vogliono diventare tutto. Brama sciocca, perché è già difficile essere una sola cosa. Dovremmo tornare indietro. Ma tutti vogliono andare avanti. Peggio per loro. Quanto alla paura, è invece un problema non sociale. Può trasformarsi in individuale coraggio. Bisogna scaldarsi il cuore. Gli uomini che ho scelto sono eccessivi, è vero. Ma c’è differenza fra il coraggio e la temerarietà. Il coraggio è l’io ancora umano che si mette in gioco. Il temerario esce da sé, si affida al cielo, alla precipitazione dell’attimo. La vita è un viaggio che ha bisogno di coraggio, e a volte di temerarietà, perchè come tutti i veri viaggi, nel bene e nel male ci trasforma. Questo comporta un rischio. È evidente che colui che rischia la scelta, da temerario può trasformarsi in efferato. “Efferato”, lo dice la parola stessa: ex-fero, colui che è portato fuori, o che si è tirato fuori troppo. Ma non m’interessano i giudizi”.
L’intervista è finita. Prima di uscire, da un uscio socchiuso, si intravede il suo studio. Gli chiedo di mostrarmelo: è stipato di libri, carte e polvere nobile, c’è pure una vecchia cartina “l’Assiria, la Caldea”. Ribadisce ancora: “Ma ha scritto davvero quello che ho detto? Io ci tengo alle parole. E poi ho un bel carattere, ma un poco infantile e divento iroso, non dico cattivo. Guardi quant’è bello il mio cane…”
Fuori, sotto un cielo azzurro latte che preannuncia la pioggia, c’è Ancona, con la sua gente sempre vestita, piena di portamento e di intenzioni produttive, anche se la somma di tutte queste cose insieme, come dice Geminello Alvi, mi dà un senso di debolezza e di sottrazione, quasi di non esistenza. In realtà, non penso che Geminello Alvi sia cattivo. Forse esatto, anche lui, come qualche marchigiano eccentrico, legato alla furia del dettaglio. Non sarà facile, tuttavia, riportare fedelmente le parole di un economista che a volte parla con la pietà e la quiete di un principe persiano che racconta di un’amata morta. —