Di Lucia Tancredi
intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno II, Polis, numero 3, anno 2001
La storia a volte bisognerebbe interrogarla nei rilievi dei portali, nei vecchi muri che si sfogliano a cipolla, nelle piazze, anche in certi brevi slarghi dove ogni pietra è un lapidario di nomi e di fatti, un inventario da memorare e da smemorare. Il soffitto della sala consigliare della Provincia lungo corso Matteotti a Macerata è un racconto che si rinnova ogni volta come un pegno familiare. C’è tutt’attorno una corona di maceratesi illustri chiusi dentro tanti cammei, con le loro tonache, toghe, le cappe, le gorgiere e la saggezza virile, la consapevolezza della gloria e della memoria postuma che pare a pelo dello sguardo, che è in ogni particolare, pure nel taglio della mascella, nel sorriso grave,nella noce del collo. C’è Ricci e Crescimbeni, il buon Leopardi, Mestica e tanti ancora che ci vengono in mente, se non altro per essere nomi di strade o di scuole. Le donne ci sono, però oltre il confine della storia degli uomini illustri in un luogo sfrangiato in una cornice di foglia. Veleggiano nella colla celeste del soffitto, con seni offerti, i fianchi immensi, gli occhi perduti in un lampo di mezzosogno: sono la Verità, la Giustizia, la Patria. Non sono le donne della Storia, sono quelle tenere della retorica di ogni tempo, quelle che si sciolgono nelle tempere. Proprio sotto questo soffitto aspettiamo la conferenza di Emilia Sarogni che presenta il suo libro La donna italiana. Il lungo cammino verso i diritti.Emilia Sarogni arriva in ritardo, tutta trafelata. Si fa istintivamente perdonare; porta un caschetto di capelli fresco e scarpe rosse, col tacco. Ha ricoperto per anni una carriera prestigiosissima: è stata la prima donna direttore in Senato, dove ha avuto la responsabilità del Servizio Internazionale. Eppure niente in lei fa pensare al funzionario avvezzo a parlamentare. Emilia Sarogni ama raccontare, come se l’avesse fatto da sempre. E quando racconta di storia lo fa non solo con il rigore di chi ha spulciato per una vita negli atti parlamentari, da quelli del Regno d’Italia ai nostri giorni, ma con la passione calda, urgente di chi vuole richiamare alla luce da certi scoli della storia, dai gulaghi più bui della memoria quella quota inappellabile del mondo che sono le donne. Il “lungo cammino”, che allude al titolo del libro, è lungo non solo in senso cronologico, ma anche in quello della fatica. E del silenzio dei libri, dei richiami inesistenti nelle enciclopedie, nei muri, nelle lapidi, negli stradari. Cosa penserebbe se alzasse lo sguardo sulla colla celeste del soffitto dove le donne veleggiano e gli uomini scrivono la storia con i loro profili?
Alla fine della conferenza ha inizio la nostra conversazione; lei ha tanto desiderio di continuare a raccontare che non si cura del fatto che stanno chiudendo le porte, che hanno spento le lampade, che approfittiamo dell’ultima luce che scuce una finestra. Fino a quando siamo costrette a trovare ricovero presso il bar del centro, dove le donne della Commissione Pari Opportunità hanno organizzato per lei un buffet.
Le ultime elezioni politiche hanno registrato un vuoto pneumatico attorno alle donne eleggibili, ridotte alla stregua di comparse, compagne, veline. È il segno di una regressione?
È evidente che la politica si fa ancora nei luoghi degli uomini, dove spesso si dibattono questioni di bassa cucina. Un tempo non si dava il voto alle donne perché era dannoso per la morale e poco igienico per la solidità della famiglia e la credibilità delle istituzioni. Oggi le ragioni possono sembrare diverse, ma l’opportunismo è lo stesso: vengono fatte eleggere quelle donne che servono bene gli scopi di certe fazioni, di certe logiche politiche. Non si può ancora parlare di rappresentatività femminile. Eppure stiamo entrando in una fase storica diversa, dominata da una nuova visione in cui l’economia è preponderante. La donna sta pagando il prezzo più alto, ma si rivela anche l’elemento più necessario, quello dotato di maggiore intuito e capacità di adattamento, quello pronto a recepire i nuovi modelli microeconomici, i nuovi sistemi a rete. Sono fiduciosa: anche la politica si dovrà adeguare a questa evoluzione.
Le statistiche dimostrano che le donne in età scolare sono più preparate e volitive, riportano valutazioni più brillanti rispetto ai loro compagni, si laureano prima e in percentuale maggiore. Perché poi le donne si perdono?
Oggi le donne possono dire di aver conquistato molti dei loro diritti. Studiano, si laureano, si specializzano. Ma, quando arrivano a toccare le stanze del potere, allora le consorterie degli uomini si rivelano invalicabili. Gli uomini in questo sano fare corpo, al di là del loro credo politico. Lo so per esperienza, la lotta è dura. E questo a volte indurisce le donne, le isola. Ci sono le amazzoni che per coriacità assumono quasi le sembianze degli uomini e la stessa indifferenza, se non intolleranza, nei confronti delle altre donne. Ci sono quelle che giocano l’arma della seduzione e poi inevitabilmente vengono scaricate. Le restanti si rifugiano in un mondo di valori più intimi, indubbiamente più autentici, anche a costo di abdicare a se stesse.
La centralità che molte forze politiche ed ideologiche oggi danno alla famiglia non relega ancora di più le donne ad un ambito intimo, ricattatorio, svalutando la sua funzione simbolica all’esterno?
È possibile ma è indubbio che nella famiglia, nonostante l’emancipazione, il ruolo della donna è preponderante. Per una vocazione biologica, è evidente, ma è anche perché è lei che ha maggior contatto con i figli e forgia in maniera più sensibile la loro educazione. Il punto è che il valore della donna nella famiglia, al di là della retorica, non è riconosciuto istituzionalmente e non è supportato. L’uomo non solo è spesso latitante, ma non è preparato né dalla famiglia d’origine, né dall’educazione, né dalla cultura che lo circonda al suo ruolo di compagno, di padre. Mi spaventano i fatti di cronaca sempre più numerosi in cui la donna è maltrattata all’interno della casa, dal coniuge, spesso anche dai figli. Questo significa che è ancora sola, cucita nel suo sacco secolare. È chiaro che poi fa fatica ad affacciarsi all’esterno. Dovrebbe avere diritto ad un luogo dove lavorare, con un asilo nido, un orario più elastico, oppure un sussidio se ha necessità di rimanere a casa. Storicamente per la comunità l’origine della cittadinanza è quella delegata al servizio militare. Ecco,la maternità non ha nessun valore rispetto alla società, è niente rispetto anche al servizio militare. Una faccenda privata.
Perché le donne non votano le donne, perché si sentono rappresentate meglio dagli uomini?
È una logica storica perversa che non è facile da smontare. Spesso chi è stato vittima a lungo perdura nel suo atteggiamento masochista e si sente rassicurato da chi si pone come vincente. Per noi donne l’uomo è ancora al centro della nostra vita, materiale ed affettiva. È strano, se pensiamo che nel mondo animale è la femmina che sceglie, mentre l’uomo deve impegnarsi a mostrarsi più bello, più pennuto e più aitante.
Il lungo cammino delle donne verso i propri diritti attraverso cosa deve passare oggi?
Anche attraverso una maggiore consapevolezza storica. Una “damnatio memoriae” ha costretto le donne al silenzio e all’ignoranza di se stesse. Durante la Rivoluzione Francese per volta si è parlato di “diritti dell’uomo” ipso facto, non di diritti della persona. Olimpia de Gouges è stata la prima donna a scrivere una “Dichiarazione dei diritti delle donne”. Solo per questo Robespierre l’ha mandata a morte. Salendo sulla ghigliottina ebbe a dire: “Se dobbiamo salire gli scalini del patibolo, dovremmo salire anche quelli della tribuna”. Parigi non le ha dedicato neanche una strada e di lei non si parla, laddove non sfigurerebbe accanto a un Danton o un Desmoulins. Nel mio libro affronto due biografie affascinanti e appassionate: quella di Anna Maria Mazzoni, mazziniana e socialista, che sin da giovanissima dedicò la vita all’emancipazione femminile scrivendo saggi di grande valore, tenendo sempre vivo, seppur dall’esterno, il dibattito parlamentare attorno a questioni come il dritto delle donne al voto, all’istruzione, al lavoro, alla dignità. E il parlamentare Salvatore Morelli che nel 1858, con grande anticipo rispetto al saggio di Stuart Mill “La servitù delle donne”, considerato la bibbia del movimento di emancipazione femminile, scrisse il saggio “La donna e la scienza e la soluzione del problema sociale”. Argomento che difese per tutta la vita, pagando con grandi umiliazioni e con l’ostracismo più squallido da parte del mondo politico e civile il suo avvenirismo generoso. Intorno a queste due grandi figure italiane la storia tace. Tutto è politica: il giorno in cui intitoleranno alla Mazzoni una scuola e a Morelli una piazza, il giorno in cui la storia dei diritti delle donne diverrà una materia da dibattere anche nelle aule accademiche, sui banchi di scuola, oltre che nei luoghi preposti ai riti della democrazia, allora qualcosa potra cambiare. Per ora l’ordito è ancora da fare. —