Conversazione con Abbas Kiarostami

di Claudio Caetani

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Attese, numero 10

Incontrare Abbas Kiarostami. Questa è la missione che ev mi ha affidato. Dopo aver rivisto tutte le sue opere in funzione del tema di questo numero, vado a Recanati, dove il regista si trova per ritirare un premio. È mattino e lui sta tenendo, in un cinema, un incontro con alcune scolaresche. Occhiali opachi gli coprono gli occhi, le mani sono incrociate sul petto e danno l’idea di grande austerità, eppure, alle domande che gli vengono poste dai ragazzi, che vanno dai nove ai quindici anni, Kiarostami risponde disponibile e rispettoso di tutte, noncurante della banalità innocente di alcune, come neppure della finta maturità di altre (senza dubbio queste ultime preparate in classe). Sembra di assistere alle riprese del suo “Compiti a casa” ma con i ruoli invertiti. Tento un primo approccio. L’organizzazione non ha fissato incontri con la stampa e così devo cavarmela da solo. Mi rivolgo al traduttore, che gli è sempre al fianco, il quale non mi fa neppure terminare la richiesta. “Ora non è possibile – mi dice – ma tenteremo di trovare un buco durante la premiazione che si terrà nel pomeriggio”. Riesco tuttavia intrufolandomi tra le persone che assediano Kiarostami, a presentargli fugacemente un numero della rivista. Ora non mi resta che aspettare sei ore.
Alle 18.00 sta per iniziare la cerimonia.

L’omaggiato deve ancora arrivare e così mi apposto davanti all’ingresso in modo da essere visto subito. Abbas e il suo fedele accompagnatore arrivano, passano come se niente fosse ed entrano in sala. Gli vado dietro. Intanto il pensiero che la faccia del secondo mi dovesse essere in qualche modo familiare si fa strada nel cervello.

Prendo posto e, dopo che ne è stato annunciato il nome, Babak Karimi, ecco il collegamento: il traduttore di Kiarostami è il montatore del film Placido Rizzotto e all’ultimo festival di Venezia li avevo visti entrambi. Finita la serata mi avvicino a lui. “Scusa”, gli faccio, “non è che per caso tu sei…”. Da quel momento mi si è aperta una corsia preferenziale e di lì a breve è iniziata la mia intervista.

C. I suoi film hanno finali aperti, sequenze talvolta particolarmente lente e lunghe… Che importanza ha l’attesa nel suo cinema?
K. Una cosa che può trattenere l’attenzione di uno spettatore, o di un lettore, è senza dubbio l’attesa; se gli si dà tutto subito, alla fine si finirà per annoiarlo soltanto. Quando invece le informazioni vengono disseminate per tutto un film, o nell’arco di un romanzo, la curiosità, che è una caratteristica naturale di tutte le persone, viene costantemente stuzzicata e così lo spettatore, o il lettore, o portato immancabilmente a seguire lo svolgimento della storia. Questa regola sembra andare contro quello che sta avvenendo attualmente nel cinema americano, dove ogni secondo succede qualcosa. Questo fa sì che la mente non sia più in grado di recepire altri accadimenti, perché assorbe tutto in maniera troppo passiva e veloce. Anni fa un contadino mi ha detto “Se vuoi che una pecorella ti segua non la devi spingere, basta che le metti un po’ d’erbetta vicino alla bocca, ma senza fargliela mangiare. Se stai troppo lontano lei non viene, se troppo vicino lei mangia e alla fine non viene lo stesso”. Il gioco, quindi, sta nel lasciarla nell’attimo prima del piacere di mangiare e questo discorso vale anche per lo spettatore.

C. Una delle “attese” topiche nei suoi film resta quella davanti al dolore. La macchina da presa sembra rifiutarsi di indagarlo fino in fondo e così si ritira. È il caso, ad esempio, de “Il sapore della ciliegia” in cui lo spettatore può solo immaginare se alla fine il protagonista resti fermo nel proposito di suicidarsi o faccia marcia indietro. Perché quindi nel suo ultimo film “Il vento ci porterà via”, il protagonista scatta la foto al corteo delle donne addolorate per la morte della loro amica?

K. Questa è un’osservazione interessante perché in questo film specifico le informazioni sono state distribuite come pezzi sparpagliati d’un puzzle. Fino alla fine, infatti, lo spettatore viene tenuto all’oscuro dell’informazione principale: cosa i quattro amici devono fare in quel luogo. Il fatto di arrivare nel cuore del dolore, per loro segna proprio una conclusione, quasi un orgasmo. Il gioco è finito e non bisogna più proseguire.

C. Sempre nello stesso film, si nota una rottura particolare del ritmo documentaristico, tipico del suo cinema, data attraverso le soggettive del protagonista che sembra, per così dire, l’unico personaggio occidentalizzato. Da cosa nasce questa scelta?
K. Lui è l’unico personaggio “diverso” perché non è del paese ma viene dalla capitale. Oltre tutto, è sotto pressione, deve fare un lavoro che non gli riesce i suoi capi fremono… Tutto ciò giustifica il suo punto di vista che è come il suo ritmo di vita: frenetico. Anche lui è in attesa, in attesa di qualcosa che non riesce ad afferrare e questo lo corrode dentro. Io non credo che questo tipo di ripresa corrompa tutto il resto. Lui è smarrito rispetto a quello che ha intorno. Io l’ho visto semplicemente così.
C. Da tutto quello che ho sentito oggi, lei unisce spesso i termini cinema e letteratura…
K. Da un libro, da una poesia, immancabilmente siamo portati a sentire qualcosa, un’emozione questa che è totalmente soggettiva. Anche il cinema riesce a fare lo stesso. Pensa che ogni volta che mi viene fatta un’intervista mi viene chiesto “ma lei qui ha voluto dire questo? O quest’altro?” Spesso non rispondo perché per farlo dovrei rivedere il film in questione. È chiaro che però ognuno vi vede qualcosa di diverso. 

Vorrei continuare a fare domande, ne avrei tremila… Abbas ha fretta, attorno a noi c’è una certa cerchia di persone che preme. Sono costretto, a malincuore, a farmi da parte mentre lui viene travolto da una corrente di complimenti e omaggi. Non mi resta che andar via e attendere il suo prossimo lavoro. —