di Lucia Tancredi
intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Giardini, numero 8, novembre 2000
Il destino di Judith Wade Bernardi era l’Italia. Per star accanto alla madre ammalata, Judith e i suoi cinque fratelli non vennero mandati a studiare a Londra. Restarono nel grande parco della villa materna in Scozia, dove ogni mattina venivano mandati a lavorare con i giardinieri. Dietro la porta della serra, un quadro ritraeva Villa Lante: era l’esca italiana, il richiamo della vocazione. La voce di Judith Wade Bernardi è elegante nell’esotismo delle consonanti decapitate, ma contiene intatto il sapore delle confetture, delle boiserie rustiche, di chi ama in un giardino non solo il ricamo del fiore, ma anche la consistenza grassa, l’odore buono della terra sotto le mani.
Signora Judith Wade Bernardi anche lei pare la pronipote di quelle romantiche donne inglesi che scendevano alla volta dell’Italia con i busti leggeri, le scarpe basse, smarrivano i loro Baedeker e sposavano gli ufficiali garibaldini?
Mia madre, mia nonna e la mia bisnonna sono venute in Italia per ammirare da vicino un affresco di Giotto, per godere del bel sole e della natura, ma non confondetemi con loro! Non mi riconosco in questo alone aristocratico. Come molti inglesi, sono figlia della rivoluzione industriale. Mio nonno si riforniva di zolfo in Sicilia, mio padre aveva investito nelle saline dell’isola. Sono venuta in Italia per camminare dentro la storia, poi ho deciso di fermarmi per una ragione sentimentale e pragmatica al tempo stesso. Amo i giardini ed ho deciso di dedicarmi alla loro cura. In Italia ci sono i giardini più belli al mondo.
Come mai Judith Wade Bernardi ha dedicato la vita e tutta la sua coraggiosa caparbietà all’associazione Grandi Giardini Italiani?
Il mio impegno nell’associazione è un lavoro ed anche una maniera per sdebitarmi nei confronti della mia nazione di adozione. Da anglosassone, io provo una sana rabbia nei confronti dell’oblio, che è il peggior nemico dei giardini. I Latini sono più fatalisti e indifferenti. Le istituzioni sono latitanti, i proprietari vanno a vivere in città e lasciano le aiuole alla gramigna. Non capisco perché un italiano debba sentire l’esigenza di costruire un giardino privato quando, a pochi chilometri dalla sua casa, ci sono dei paradisi a portata di mano… penso a chi vive a Caserta, Bologna. Gli italiani non hanno l’abitudine di sentire il giardino pubblico come un luogo privato, escono se hanno un cane, una carrozzina, lo usano per nascondersi e drogarsi. Un inglese vive nel parco della sua città, prende il primo sole, gioca, mangia, studia, si lascia cullare. Se ognuno sentisse il giardino come il luogo dell’anima, potrebbe adottarlo, curarlo. Il giardino è esigente, ma ripaga ogni attenzione con una generosità ineguagliabile.
Forse il problema è che l’Italia è uno stato giovane, con una coscienza nazionale ancora acerba. Foscolo ammirava i cimiteri inglesi incantevoli come giardini dove le vergini salutavano la madre morta e pregavano per la propria patria…
Indubbiamente, deve consolidarsi una maggiore coscienza civica. Ma è giusto che l’italiano sia anche informato del valore inestimabile del patrimonio che possiede: giardini privati ora aperti al pubblico, giardini di proprietà delle scuole, degli ospedali. Ora mi occupo dei giardini dei conventi di clausura, belli come scrigni, a cui le vecchie suore rimaste non sono in grado di provvedere e che presto diventeranno un bene che potremo ammirare, insieme alla preziosità dei vecchi volumi di botanica e di erboristeria.
La simmetria del giardino all’italiana è molto differente dalla libera spontaneità della natura del giardino all’inglese. Non le manca il paesaggio della sua infanzia?
Io adoro il giardino all’italiana, l’equilibrio miracoloso e la fiducia dell’uomo rinascimentale che ricreava un piccolo microcosmo ad immagine della sua umanità. È un’idea grandiosa che mi commuove. Io ho una formazione pittorica. Il giardino all’italiana aveva il compito di ordinare e armonizzare tutto lo spazio circostante, il microcosmo nel macrocosmo. A Vignanello, il tesoro vegetale di quel tappeto persiano è la continuazione del castello a cui fa da cornice tutto lo sfondo dell’orizzonte. Il giardino all’inglese mi pare più artificioso nella sua pretesa di naturalezza. Non mi convince il lord inglese che nel suo parterre fa pascolare le pecore!
Quando parla di un giardino, la sua voce si illumina e pare più orgogliosa di un italiano.
Non mi sento né italiana né inglese, ma europea e in nome del giardino sono disposta ad abbattere ogni confine. La lingua del giardino parla a chiunque cerca nella natura e nel lavoro dell’uomo rifugio, benessere e grazia. Non bisogna essere necessariamente degli esteti ed avere il conforto della cultura e dell’ozio. Quella del giardino è l’arte più sensuale, ognuno si lascia avvolgere dalla magia tridimensionale: il lussureggiare della vista, l’incanto del profumo, il silenzio, il suono della natura, il gusto, il conforto del tatto. Sono molto fiduciosa, perché si avverte ovunque l’esigenza di volersi bene, anche aprendo il cancello di un giardino segreto. Quando mi presentavano in una banca dove chiedevo qualche contributo, all’inizio la segretaria mi chiamava “quella dei giardinetti”. Poi sono stata promossa a “la signora dei giardini”. Oggi sono Judith Wade Bernardi dei “Grandi Giardini Italiani”. —