Conversazione con Aldo Polsonetti

di Lucia Tancredi

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Acque, numero 6, agosto-settembre 2000

La sala d’aspetto del reparto ostetricia è bianchissima e pulita come una latteria. Mi hanno detto che il dottor Polsonetti è ancora impegnato e bisogna pazientare. Ho portato con me un libro di Leboyer, il ginecologo parigino che ha abbandonato la sua clinica per imparare dalle donne indiane il parto naturale. C’è un passo in cui dice che bisogna restituire all’osso sacro la sua vitalità e al respiro la sua potenza. E che la strada per partorire non è solo la sofferenza, il culto remoto fatto di vergogna e di mortificazione, perché il dolore è inutile e non soddisfa alcun dio… Lungo il corridoio si è aperta una porta: si sente la risacca di un respiro e un gemito lunghissimo, come se il dolore avesse lacerato dentro qualcosa. Con un’unghiata d’arpa. Poi la porta si chiude. Al tempo degli antichi Greci, nell’isola di Delo sacra ad Apollo, il dio della bellezza eterna, una barca traghettava nella vicina isola di Mykonos le partorienti e gli agonizzanti: tutti e due indicavano la malattia, la lordura. E la condanna del tempo. Anche oggi le donne vanno a partorire dove la gente muore. Però, dicono che a Recanati i bambini nascono con gli occhi aperti. E piangono molto poco. Il merito è soprattutto del dottor Polsonetti. Anche se lui pensa, come Rousseau diceva dei bravi pedagoghi, che un ginecologo dovrebbe fare il meno possibile. Perché il disegno miracoloso della vita conosce ritmi esatti, perfetti, che l’intuito di ogni donna sa intendere. E poi bastano le ostetriche.

Siamo nella nuova homelike delivery room. C’è un letto matrimoniale con una trapunta a fiori, le tendine di percalle alla finestra, un quadro con un bosco. Accanto al letto una culla di vimini tutta foderata di gale e di fragole. Il dottor Polsonetti mi spiega che in quella stanza una mamma ed un papà possono sentirsi non in un ospedale, ma in una stanza di casa. Nel bagno accanto c’è una vasca, come la valva aperta di un’immensa conchiglia.

Dottor Polsonetti, Leboyer nei suoi libri sostiene di non parlare solo la lingua della medicina, ma anche quella della poesia. Lo ritiene possibile?

Penso che se esiste una branca della medicina davvero poetica, questa è l’ostetricia. Anche se l’arroganza della scienza, che pretende di dover controllare tutto, la riduce spesso ad una patologia, una cosa buona da ospedalizzare. Beninteso, io sono un medico. Ma essere un uomo di scienza non mi impedisce di osservare e leggere quello che avvicino, senza dover spiegare ad ogni costo. Come ginecologo devo più all’esperienza insegnatami dalle mie pazienti che ai libri. Confesso che un momento di autentica poesia che mi commuove sempre non è solo quando il bambino viene alla luce, ma quando si trova per la prima volta tra suo padre e sua madre. C’è in quel silenzio una tale intimità, un amore talmente inviolabile che quasi mi vergogno di esserci.

Qual è il vantaggio di un parto in acqua?

Per quanto riguarda il travaglio, c’è la sensazione di ritornare ad una sensazione primigenia, naturale, materna. L’acqua avvolge, rassicura, aleggerisce l’attrito della forza di gravità. Il parto nasce come una conseguenza, perché molte donne non vogliono uscire dalla vasca ed il bambino comincia a filtrare il mondo esterno con più naturalezza, È vero, nasce con gli occhi aperti, e piange solo quando viene staccato dalla mamma per il bagnetto.

Da quello che dice è evidente in lei una sorta di rispetto sacro e di fiducia nei confronti dell’intelligenza della Natura. 

Il medico vigila quello che la Natura compie. Mi è difficile pensare ad un peccato originale nell’opera della Natura. La cultura cattolica ha sempre visto nel parto il segno della condanna. La donna soffre perché viene punita, punita del piacere che ha assaporato. Questa condanna colpisce paradossalmente anche tutto ciò che è liquido. Il liquido è cattivo: la saliva, l’esecrezioni vaginali richiamano ciò che è sessuale, sconcio e per questo vengono vissute con una sensazione di schifo, di malattia. Il secco, l’asciutto, lo sterile, l’asettico sono sinonimo di sanità e purezza. Anche il parto convenzionale è tanto più secco quanto più asettico. La storia del clistere prima del parto è quello di una violenza gratuita ed assolutamente impoetica: si fa perché non ci siano secrezioni ed escrezioni. Nelle civiltà antiche l’umidità era sacra; i giorni fertili erano quelli umidi, le caverne umide erano i luoghi dove le donne partorivano. Le nostre contadine dicevano che il parto asciutto è un parto difficile.

Qual è la sensazione che prova un uomo di fronte allo straripamento della rottura delle acque?

Io vivo la mia professione sotto il segno dell’Acqua, che è l’elemento femminile per eccellenza, il legame simbolico con il luogo dove tutto è cominciato. Dico sempre alle mie pazienti che è bene che trattengano le acque il più possibile. L’acqua è sapiente, conosce il momento in cui deve romperegli argini. Anche nella vasca, la voce dell’acqua è quella di lasciarsi andare, di non fuggire il dolore, ma di accoglierlo e di attraversarlo. Andiamo nella stanza delle ostetriche dove mi vengono mostrati dei quaderni in cui le donne e i loro compagni hanno descritto le storie del parto. In uno di questi, con una calligrafia arrotondata da adolescente, qualcuna dice che è stato bello, anche quando l’acqua nella vasca si è tinta di rosso. Si apre la porta di fronte: c’è una mamma che dorme e un bambino tra le lenzuola come un germoglio di neve. —