Conversando con Renata Pisu

di Lucia Tancredi

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Corpi, numero 5, luglio 2000

C’è chi malgrado lui si è trovato dentro la Storia, ma aveva tanta nebbia negli occhi – sette veli di indolenza – che non è riuscito a trattenere nulla, né un gesto isolatamente né lo sguardo di qualcuno – al posto dei tratti sempre qualche frana.
C’è chi nella Storia c’è stato e continua a trascinarsela dentro come una conchiglia dove ancora non s’è spento l’oceano.
Renata Pisu la Storia se l’è andata a cercare. È stata la prima studentessa italiana a Beida, l’università di Pechino, in anni in cui tra uno stato e l’altro le frontiere erano cortine di ferro. Fu il viaggio di una volta, con i paesaggi lenti e pazienti al finestrino – le taighe, le tundre, i deserti a dismisura, i treni giganteschi. Pechino allora era acquattata, nana e polverosa, uomini e donne vestivano in pigiama e in pantofole come dentro un convalescenziario e le vite erano impantanate nell’assurdo. Renata Pisu avrebbe potuto parlare di Storia e invece si è tirata indietro, ha capito che non sapeva marciare al suo passo. E allora ha deciso di viaggiare il mondo come giornalista usando il presente, un presente cronachistico in cui racconta solo ciò che vede. Dalla risacca di questo secolo, i libri di Renata Pisu e i suoi articoli parlano dell’orfanezza del mondo: orfanezza di chi ha perduto dignità, sostanze, di chi ha smarrito ideologie, partiti, memoria. Elias Canetti dice che “la torre di Babele è fatta di ossa, le lingue tutte disimparate”. Il nomadismo culturale di Renata Pisu è stata una specie di scalata alla torre di Babele: imparare le lingue del mondo per superare le distanze dei corpi, dei gesti, delle parole di chi non ha voce. La incontriamo nel suo appartamento, ci avvolge di domande: è curiosa di noi. Siamo accomodate su grandi sofà color arancio, i cuscini viola; le tende gonfie di vento come vele colorano l’aria di turchino. Dentro i vasi le piante sono cresciute in esuberanza, sembrano alberi, quasi ci si dimentica che fuori c’è Milano nell’ora più torrida. Ci tratteniamo per qualche ora, parlando con libertà. Alla fine ci chiede se davvero ci ha detto quello che volevamo sapere.

Nel suo ultimo libro “La via della Cina” lei parla di un sentimento che ci spinge a cercare l’altro, a “rasentare l’altro senza possederlo”. In che misura questo sentimento coinvolge il corpo?


I corpi non vanno mai sequestrati, posseduti. Nei corpi c’è la realtà, la microstoria di ogni persona. Rasentare è un modo per giustificare l’impossibilità di possedere. Una mia amica che fa la giornalista a Hong Kong dice che lo sguardo di noi occidentali sulla folla è sfaccendato, sbrigativo, oppure sprezzante, colonialista. Rasentare significa anche cercare qualcuno tra la folla. Il mio “mal di Cina” nasceva dal desiderio di conoscere l’inconoscibile: mi è sfuggita la Storia, ma ho salvato qualche storia minima dall’amnesia collettiva.


Negli anni trascorsi in Cina si percepisce una vicenda dell’assurdo che si manifesta tutte le volte che l’individuo è costretto da una entità psicologica senza corpo – il partito, la famiglia, la civiltà – che lo sovrasta. In che modo l’ideologia umilia il corpo?


Lo scopo di ogni ideologia è distruggere il vivere quotidiano, quindi distruggere il corpo per vivere la quotidianità. Il corpo deve essere omologato, disciplinato; in Cina era vietato ballare e scambiarsi effusioni, anche con le parole. Non si poteva dire ad un’amica “come sei carina o intelligente”. Era reazionario. Piuttosto “stai facendo del tuo meglio”.

Lei sta svolgendo una importante campagna di sensibilizzazione a favore delle donne sfregiate nel Bangladesh. Come si manifesta la fisicità nel mondo orientale e come è possibile ricostruire una nuova identità partendo da un corpo violato?

Anche in Oriente lo sfregio e lo stupro sono fatti gravissimi, ma soprattutto perché il corpo è inteso come patrimonio, per chi è povero come unico bene. In Bangladesh vengono sfregiate le ragazze che hanno trovato lavoro in fabbrica, si muovono in bicicletta, stanno tutto il giorno fuori casa e si permettono di rifiutare la corte di qualche ragazzo. Per quelle che sopravvivono, il senso dell’ingiustizia subita le porta ad avere la forza di combattere per i diritti delle donne con una determinazione impensabile se si fossero sposate a quindici anni. La Cina è una civiltà che non ha mai esaltato il corpo. Una tela di Giorgione è quasi pornografica. Il corpo è anche poco lavato, a differenza del Giappone dove il bagno è un rito. Pare strano a dirsi, ma la Cina dovrebbe assorbire un po’ di spiritualità occidentale. La Cina è fortemente materialista. Il suo capitalismo ora è il più orrendo che ci sia, perché non possiede neanche quel minimo di etica che è tipico di quei paesi in cui un capitalismo più vecchio impone un certo filo conduttore, una coscienza. Ora i Cinesi dicono che è giusto arricchirsi, che non devono rendere conto a nessuno. È il grande nazionalismo. Lo scrittore Ha Chung nel suo libro “Chiacchiere” parla con un amico italiano che lo informa del ritrovamento di alcune tavolette a Pompei. Di cosa trattano? E l’italiano: di filosofia. E lui: nello stesso periodo, sotto la dinastia Han, tutte le antiche scritture cinesi si augurano una buona caccia che faccia arricchire. Per i Giapponesi il corpo-feticcio è ancora quello della madre che vizia e concede tutto. Il Giapponese maschio gode del piacere supino e passivo, come un infante. Sono nati dei topless-bar all’occidentale, ma i Giapponesi si divertono a farsi mettere le cuffie da bebè, il borotalco e i pannolini.

In un passo del suo libro lei dice: “Ora ho imparato a partecipare senza coinvolgermi”. Significa che non vuole più sporcarsi con il corpo degli altri?

No, significa non soffrire troppo di fronte alla sofferenza che vedo. In Kuwait, durante la guerra del Golfo, ero sola e troppo esposta. Ho accettato l’invito di un taxista palestinese di farmi ospitare a casa sua insieme alla madre, le sorelle, le cugine. I kuwaitiani accusano i palestinesi di collaborazionismo e mandano tutti dalla polizia, pure io. I poliziotti con la frusta fanno accucciare le donne per terra. C’è una tale rabbia, una tale umiliazione che io comincio a piangere e tutte loro intorno a farmi cuore. Una mi ha regalato la sua sciarpa. Questo intendo. Per chi viaggia come me, lo spettacolo del mondo è quello di un corpo umiliato, più che onorato ed amato.

Milano nell’ora più torrida è talmente fitta che quasi si ha l’impressione che si sta tutti dentro alla Storia come in una fossa comune. Le parole di Renata Pisu, però, comunicano la sensazione consolante che tutte le vite, “le vite minime” possono essere cucite insieme a puntino e possono creare una sorta di continuità e di esperienza, capace di sostenerci in tutti i viaggi – reali e immaginari – della nostra vita, attraverso i quali, per dirla con i Cinesi, “diventiamo vecchi di fiumi e di monti”. —