Conversazione con Adriana Zarri

 di Lucia Tancredi

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Padri, numero 3, maggio 2000

“Quassù nel mio eremo” – ha detto per telefono Adriana Zarri quando ci ha invitate per l’intervista – “vicino Torino, in una località che si chiama Crotte”. Siamo partite nottetempo, io e Stefania. Nella cuccetta ho letto a lungo il libro della Zarri Dodici Lune che parla di uno scrittore che ha perduto sua moglie, il bambino che lei aspettava ed ha perso Dio. E lotta come Giobbe, misurando ogni giorno l’inferno del lutto, del vuoto, dello scandalo di un Dio assente che non consola e non redime. Vorrei terminare il libro prima di incontrarla perché, mi chiedo, come si può essere alla scuola di Dio e rinnegarlo a questo modo? All’alba siamo a Torino, poi prendiamo un treno per Chivasso ed un altro fino a Strambino. La mattina è tersa, al sole le Alpi Pennine innevate sembrano sciogliersi come zucchero. Ci viene a prendere Chiara. Chiara ci conduce attraverso una pianura laboriosa di piccoli orti e casette imbiancate fino ad un grande portone. Dentro c’è l’eremo di Adriana Zarri, grande esperta di botanica che ha trasformato la vecchia casa parrocchiale, l’antico centro medioevale del paese, in un giardino edenico. Adriana si affaccia da una porticina. “È la mia cappellina di meditazione.” Ci invita ad entrare, ci mostra sul piccolo altare le sue camelie composte in mazzi, di una grazia sontuosa. Adriana Zarri non sfigura tra i suoi fiori. Ha una pelle chiarissima ed occhi di un azzurro pieno, come un grembiule d’infanzia. Ci porta a passeggiare nel giardino e ci elenca uno ad uno i bei nomi di ogni fiore, di ogni arbusto, che incantano nella pronuncia, come quando ascoltiamo i nomi delle pietre, degli dei in greco, delle stelle in arabo. La passione di Adriana sono le rose botaniche che piovono dalle grondaie come festoni. Una Banxia precoce ha già messo i fiori che come ditali nella prima mattina misurano ancora la rugiada. All’ombra del muro, un boschetto spande un profumo che è tipico di certi alberi notturni.

C’è un piccolo stagno con le anatre e il germano reale. Ci segue la micia che viene a chiedere conforto. Dice Adriana che ha patito molto, perché ha perso il suo compagno, il gatto Malestro. Come nei gabinetti verdi olandesi, si apre un cancello, un altro ed un altro ancora. Si entra nel frutteto, si percorre il sentiero che conduce al lago con le tife e le ninfee, alla serra ordinata, alla selva di bambù dove si ricoverano gli uccelli. In una stanza al pianterreno c’è la chiesa con tanti cuscini disposti sul pavimento di belle pietre alluvionali, un altare che era la bigoncia per l’uva, una grande vasca di pietra per l’acqua ed un affresco eseguito da un pittore di Assisi in cui Adamo ed Eva nudi sono dentro un paradiso di animali e piante disposti come dentro un abbecedario. Ci fermiamo a parlare su una panchina, sotto le ore di una meridiana dipinta che stingono al sole. Nel giardino di Adriana Zarri la fioritura è talmente precoce e felice che le gemme paiono spaccarsi per pura esemplice estasi. Penso al personaggio del romanzo Dodici Lune, Benedetto: in un luogo come questo potrebbe piangere. Saliamo in casa, un lungo granaio pieno di piccole finestre da una parte e dall’altra che si prestano luce, e statuette con gufi e civette disposte ovunque.

Si dice che questa sia una società orfana di padri e soprattutto del Padre inteso come un sistema globale di giustificazione dell’esistenza. L’uomo oggi di quale paternità ha bisogno?

Io non amo il Padre Onnipotente, perché l’onnipotenza mi interessa poco. La nostra liturgia è un’orgia di onnipotenza. Anche nell’atto penitenziale sarebbe logico affidarsi alla pietà. E invece no. Il Padre Eterno è un titolo fastidiosisimo. Lo indichiamo per dire di una persona saccente. Io celebro la mia liturgia, quella che nell’antica tradizione eremitica era la “missa sicca”. Nella benedizione in questa liturgia dico: “Ci benedica nostro Dio che è padre, madre, amico, amante”. Oggi l’uomo ha bisogno di una paternità diversa, di un paternità materna.

Il cardinale Martini dice che Dio è padre e madre. Eppure, un Dio materno come può essere comunicato quando la mediazione è solo di un prete uomo che si fa tramite con un Dio uomo?  

La Bibbia ci trasmette cultura essenzialmente patriarcale. La nostra Chiesa è tutta da ristrutturare. Perché una Chiesa retta solo da uomini celibi per forza non può essere altro che una chiesa virilista. Cristo non si è mai espreso a proposito e sappiamo che gli  apostoli avevano mogli e famiglie. Questo Papa ha messo in rilievo il “genio femminile”, ma nello stesso tempo ha lasciato intendere alla donne di stare al loro posto.

In un passo del suo saggio “Una teologia della vita”  lei sostiene che “a nulla vale una presenza biologicamente femminile se essa non sia anche culturalmente femminile” può operare nell’ambito della Chiesa all’ombra del Padre?

La Chiesa deve aprirsi al sacerdozio femminile. E poi occorre che ci siano teologi e teologhe laici che siano al di fuori di ogni possibile ricatto. Nella teologia morale, soprattutto, le donne sono molto inficiate. Si sa che le donne sono più libere. Le contestazioni al Papa sono venute soprattutto dalle donne, dalle suore, dove c’è un certo risveglio, perché esse godono molto meno della libertà che è prerogativa dei religiosi maschi che le governano come dentro un gineceo

Nel suo libro “Dodici Lune” il personaggio Benedetto nel momento più doloroso della sua vita patisce l’assenza di Dio ed anche di una Chiesa capace di accompagnarlo e di comprenderlo. Dove abita il Dio padre che abbraccia e consola? Come si può colmare la distanza?

La distanza si può colmare ricercando un discorso personale più diretto. E questo significa per i religiosi misurarsi con la vita vera. In un mio libro, diciamo, di “teologia narrativa”, Quaestio 98, riferendomi a San Tommaso, narro di un monaco di un ordine contemplativo che chiede al superiore ed ai confratelli di avere una sorta di mandato per entrare nel mondo, sposarsi e vedere se tutto questo è compatibile con la sua scelta spirituale. Egli vive una storia molto complessa ed appassionata con una donna con la quale verifica una realtà piena e completa dentro una dimensione di grande contemplazione. Oggi viviamo una sorte di schizofrenia, per cui la verginità pare valere più del matrimonio, secondo l’antica formula conciliare, e quando c’è il sesso ogni cosa diventa sconcia o ambigua. È un atteggiamento molto pericoloso, una forma di “lussuria bianca” che vedo in certi gruppi estremisti dove è accompagnata sempre da una sorta di terrorismo psicologico e da una grande superbia. Diffido della santità esibita. Diceva un sacerdote: Si diventa santi per distrazione.

Quale Padre prega Adriana Zarri?

Io non prego il Padre, perché la mia è una teologia trinitaria, una “divina pericoresi” nela quale c’è sì un Padre, ma anche un Figlio e lo Spirito Santo, vale a dire una pluralità che comprende tutto, lo spirito ed il corpo ed ogni frammento del reale. La mia è l’impura teologia del topo, una teologia contaminata e compromessa con la vita vera per cui anche il topo deve avere dignità teologica e deve essere redento.

Se esiste un “genio femminile”, quale deve essere oggi per i nuovi padri lo specifico maschile?

Vediamo la simbologia delle forme: la retta è il percorso più diretto tra due punti, ed è l’atteggiamento maschile, efficiente, pronto. La curva è la dimensione femminile: divaga, si dilunga, ma incontra molte cose. È femminile l’atteggiamento dell’accoglienza, dell’attesa, dell’ascolto. È tipica del maschile la capacità di fare e di decidere, l’atteggiamento normativo, che sono cose positive. L’uomo è la legge, la donna la libertà. Ma l’uno ha bisogno dell’altro. Nella Scrittura si dice: “Voi avete ricevuto una legge di libertà”. Pare un paradosso ed invece è la giusta dialettica.

Come era il padre di Adriana Zarri?

Mio padre l’ho sentito molto estraneo e lontano. Con mia madre, invece, sono stata unita da un affetto particolarissimo. Lei soleva dire: “Io ho due madri: una madre in cielo è la Madonna e l’altra in terra sei tu”. Non credo nella paternità e nella maternità biologica, così come non credo in un certo familismo cattolico. Anche Cristo era di questo avviso, perché il rapporto interiore prevale su quello fisico. Ma non ho mai avuto padri spirituali. Fin da piccola ho avuto un rapporto conflittuale con Dio Padreterno. In un momento di grande crisi ho cercato aiuto nella Chiesa, mi veniva a trovare il mio parroco, io ero felice, ma restavo sempre delusa. Come dice San Francesco di Sales: “Il vero padre spirituale è quello che insegna a fare a meno del padre spirituale”.

Quando viene il momento di salutarla, ci prende un po’ di sconforto. Il portone si chiude e la grande villa in muratura che è accanto, con il prato cementificato dove abbaia furioso un cane, ci pare ancora più brutta, “Però Adriana ha convinto i proprietari a togliere i nani”, ci informa Chiara. Al ritorno termino il romanzo dove Benedetto cade, come di sorpresa, nell’amore di Dio, scoprendo a poco a poco la passione della normalità, “l’ovvio dell’esistenza quotidiana in cui non succede niente, ma succede tutto: succede la vita”. Penso ad Adriana Zarri, la teologa che, alla scuola di Dio, vive la sua normalità intrecciando la vita ad una pergola su cui al tempo giusto fiorisca una rosa Banxia e consolando la micia che anche il suo gatto Malestro potrà risorgere nella grazia di Dio. —