Fatiha e le altre 

di Lucia Tancredi

intervista tratta dal mensile di scrittura ricreativa ev, anno I, Veli, numero 2, aprile 2000

È difficile spiegare come abbiamo conosciuto Fatiha.

Il Corano dice che Maometto annuncia la sua rivelazione anche ai demoni dal corpo d’aria e di fuoco, le creature semiumane del regno di Salomone, i Jinn che, per pietà o per avventura, intervengono nella vita degli uomini aiutandoli a vincere qualsiasi limite imposto dallo spazio e dal tempo. Ricordo esattamente il momento: siamo attorno ad un tavolino nel portico dell’hotel Saphir di Algeri, c’è un giardinetto subtropicale coperto dalla polvere della strada con fiori che paiono quelli d’appartamento, secchi da più giorni.

Stiamo ragionando attorno alla scelta di un personaggio di riguardo da intervistare ed abbiamo qualche problema; di fronte a noi, all’improvviso, compare Fatiha, arrivata senza peso, come una principessa degli Jinn.

– Fate parte della Delegazione Nazionale Famiglie Vittime del Terrorismo?

Le chiediamo di sedersi, di scambiare qualche parola, le dico se è disposta a farsi intervistare, magari in un luogo più appartato, perché potrebbe essere pericoloso.

– Sono la delegata di Orano. E non ho paura di parlare (nota sul tavolo un libro della scrittrice Khalida Messaoudi). Anche su di me pesa una fatwa, una sentenza di morte, ma gli integralisti hanno ucciso mio figlio, non ho più niente da perdere.

Non c’è dolore in quello che dice Fatiha, la voce è serena, ariosa, alta sui fatti. Le spiego che siamo ad Algeri per preparare un numero dedicato al tema del velo

– Sono venuta da Orano da sola, senza velo. Perchè una donna in piena libertà dovrebbe decidere di velarsi? Il velo è sempre il frutto di una costrizione: lo porta la moglie per poter avere il permesso dal marito di andare a lavorare, la figlia che vuole andare al liceo, la vedova che non vuole essere chiacchierata dai vicini, la donna che deve fare la spesa e pensa di non essere infastidita. Il velo copre la miseria, la negligenza. In questi anni è una moda, discutibile come tutte le mode. Il velo è la tenuta degli islamisti e dei conservatori. Sono sempre gli uomini che decidono, anche le mode, le donne indossano e tacciono.

– Khalida Messaoudi dice che: “Quando siamo in un tunnel senza luce, non bisogna esitare ad usare la luce e gli occhi della parola che sono anch’essi un cammino”. Il velo per una donna in Algeria può essere anche quello del silenzio?

– A mio avviso, il velo nasce sempre dalla paura. Si ha paura del padre, del marito, del vicino e si ha paura di parlare. Insegno Economia e Contabilità nel liceo della mia città. Ho scelto di fronte ai miei superiori ed ai miei allievi di non portare il velo e di parlare liberamente della violenza esercitata sulla nazione da chi si oppone alla convivenza democratica e civile. Ho avuto problemi con qualche collega e con il direttore. Poi è arrivata una direttrice e la mia vita è cambiata. Mia figlia studia all’Università e lavora con me nell’ambito dell’Associazione. Ci sono problemi ben più importanti per le donne che pensare a velarsi. Io sono una musulmana praticante e penso di essere una donna onesta e corretta. La cultura dei miei padri non è quella del velo e lo ripeto: il velo è una moda degli ultimi anni ed un fatto politico. Politici e falsi profeti hanno interpretato erroneamente il Corano dove erano velate solo le donne del Profeta per potersi distinguere. Era lo stesso che mettersi un distintivo.

In quel momento, Fatiha si alza ed annuncia l’arrivo della Presidentessa Nazionale con la sua Vice: proporrà loro di sedersi attorno al tavolo e trasferire la riunione qui, con noi, improbabili giornaliste di un giornale indipendente. In tanti racconti dell’Oriente succede sempre che uomini piccoli, chiusi in neri kaftani, nascondono invano in casa
donne vitali dal furioso fascino erotico. Mi chiedo: come sarebbe possibile velare la Presidente? Porta un caschetto biondo, un tailleur viola, impeccabile, sgrana parole rotonde, ben arrotate nel suo francese di scuola. Suo marito era un commerciante, è stato assassinato per fare da scudo ad un giornalista.

–  La nostra non è un’associazione di donne, come sembrerebbe a prima vista, ma di famiglie. È un’associazione apolitica, poiché le vittime del terrorismo provengono da ogni classe sociale, da ogni parte del paese. Sono “vittime trasversali”, servono solo a far
piombare il paese nel caos e gettarlo in pasto a quelli che muovono il terrorismo. Noi chiediamo giustizia, protezione e combattiamo per tutto quello che può favorire la democrazia e la concordia sociale. Per esempio, chiediamo la revoca del codice di famiglia. Io non porto il velo, è il mio tributo a quella democrazia per cui è morto mio marito.

La Vicepresidente Hamida parla con la foga di chi ha appena scardinato una porta chiusa:

– Mio marito era un medico, un deputato ed uno scrittore. È stato ucciso nella kasbah sette anni fa. Era una tête pensante, un bersaglio mirato come tanti giornalisti, artisti, professionisti, come tante donne libere. Cosa penso del velo? Ho una bella messimpiega, la parrucchiera è una mia amica d’infanzia. Però, delle mie due figlie, una ha abbracciato l’Islam degli integralisti. Era un’adolescente, ha avuto, come dire, una crisi d’identità, ha pensato di aver trovato l’unica strada: ha preso a frequentare la moschea ogni giorno e a velarsi. È una dermatologa, una professionista affermata, però ha deciso di sposare un uomo secondo la tradizione, senza conoscerlo. Mi chiedo come possano essere felici. Quanti sono i veli ad Algeri? C’è il velo tradizionale che vedete addosso alle vecchie, l’hayk bianco, completato con l’ajar sulla bocca che è un piccolo triangolo di stoffa ricamato d’oro e d’argento per le feste, in tinte pastello il pomeriggio o bianco. L’hidjeb è il fazzoletto sulla testa, ben calzato sull’attaccatura dei capelli che si può accompagnare con una specie di soprabito due taglie più grandi per nascondere il corpo. Lo jelbeb è il velo all’iraniana che è la divisa più integralista, soprattutto quando copre tutto il viso con una specie di bavaglio fino agli occhi che è il nikeb. Nella nostra associazione c’è grande tolleranza in materia. Guarda caso, sta arrivando Leila, la tesoriera con il suo hidjeb.

La tesoriera è una donna soave dagli occhi miti: 

– Alcuni anni fa ho fatto un pellegrinaggio alla Mecca. Dopo il pellegrinaggio, l’uomo acquista un titolo, quello di hadj, la donna acquista il privilegio del velo. Io non sono integralista, mio marito era un intellettuale, è stato ucciso con 68 pallottole. Il velo per me è una testimonianza dell’Islam e della mia fede. Mi sento libera, perchè è stata una mia scelta.

Fatiha è rimasta in silenzio, come il silenzio del deserto prima del vento. La interrompe:

– Ma sulla spiaggia, quando accompagni i tuoi figli e non puoi bagnarti, non ti senti costretta?

– Ho rinunciato a tutto questo per qualcosa di più importante. La rinuncia non mi pesa.

– Perchè non ammettere che è solo l’osservanza della tradizione? È lecito tollerare tutto in nome della tradizione? Allora va bene anche il sesso cucito, l’infibulazione, lo stupro la prima notte di nozze con il lenzuolo macchiato di sangue per la gioia dei parenti. La tradizione è un vampiro: la trovi sempre che si nutre della miseria e dell’ignoranza.

La conversazione continua fino a tardi, diventa leggera ed ognuna di noi si accorge che ha saltato tutti gli appuntamenti. Ci abbracciamo. Ci diamo appuntamento il giorno dopo per l’hammam, per la parrucchiera, per cercare documenti e fotografie. Khalida, invece, deve partire; mi invita ad Orano, perchè l’Algeria non è solo Algeri e mi parla del deserto, della straordinaria bellezza della sua terra, come se raccontasse di quelle città favolose, Iram delle Colonne, la Città di Rame con i padiglioni d’oro al sole e le strade lastricate di giacinti e crisoliti.

Prende una copia del giornale, mi chiede: perché Ev? Ed io dico che ci auguriamo un tempo ed un giardino in cui l’uomo e la donna non debbano vergognarsi di essere nudi. Mi sorride:

– “Le Temps viendra”. —